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Martina Resci era una giovane italiana. Eletta al Parlamento Europeo. Commise la follia di candidarsi a Presidente della Commissione Europea.
Non aveva speranze politiche di farcela. Ne aveva parlato con il segretario del suo partito, a Roma, e lui gli aveva detto che candidarsi era un’idea ridicola. Però l’appoggiava. Glielo disse, ma omise il resto del ragionamento: il suo insuccesso in Europa avrebbe portato avanti il partito in Italia perchè c’era la possibilità di provare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la sua candidatura era stata affossata dai partiti di sinistra. 

Martina però non se ne fece un problema. Doveva perdere? E vabbè, che vuoi che sia, pensava. Una più, una meno, almeno si sarebbe data da fare.

E fu quello che fece.

Era ossessionata dalla disoccupazione, dalla crisi ambientale e dalla globalizzazione. Ci pensava continuamente. Tre cose completamente diverse, ma il suo istinto le diceva che lì dentro c’era la chiave di tutto, o almeno di una bella fetta dei problemi. Non sapeva esattamente come, la cosa era ancora confusa. Questa confusione generò discorsi pubblici privi di qualsiasi filo conduttore: appariva indeterminata, superficiale. Gli altri suoi colleghi sembravano avere le idee chiare: cosa pensavano dei Regolamenti, cosa della struttura del Trattato, cosa dalla sinistra e cosa della destra. Snocciolavano dati e cifre come se fossero treni in corsa con decine di vagoni. Lei no. Sembrava quasi che persino i passaggi a livello avessero problemi a chiudersi, mentre il suo discorso confuso chiedeva aiuto. Però era la pronipote di un grande ex segretario di quel partito, e tanto bastava: portava il suo cognome.

Aveva anche un altro vantaggio: era una bella donna. Una di quelle mediterranee: capelli neri, occhi neri, postura sexy. Quindi a dispetto della sua Laurea in Sociologia presa in una Università del Sud, si presentò con un tailleur nero ampiamente scollato. Salì sul palchetto del microfono e cominciò a parlare in italiano. Ci fu immediatamente un fruscio intenso mentre i parlamentari cercarono le cuffie e le indossarono. Un piccolo espediente per avere la loro attenzione. 

Martina non aveva uno staff che gli scriveva i discorsi. Anzi, non aveva nemmeno un assistente. Era da sola. Aveva scritto e riscritto il discorso almeno venti volte. La prima stesura sembrava una lezione universitaria. La seconda una critica alla prima. La terza era la versione che avrebbe scritto suo nonno, ma suo nonno non avrebbe mai detto quello che lei voleva dire. Che venne fuori stesura dopo stesura, mentre analizzava la sua utopia con un paio di amici di altre facoltà. 

Perchè lei, finalmente, aveva scoperto la chiave, quella che cercava. E non gliene fregava niente se era una cosa di sinistra, di destra, di su o di giù. Era un’idea. 

Suonava più o meno così.

Vi parlano di soluzioni a problemi. Problemi diversi, soluzioni diverse. 

Sbagliato. 

I problemi non sono minacce, sono opportunità. La specie umana ha avuto successo, nei millenni, per la capacità di trasformare creativamente i problemi in opportunità.

Bello, vero? Però difficile da inventare. 

Abbiamo bisogno di inventare e produrre un veicolo perfetto per il trasporto pubblico a idrogeno per non più di sei persone, regalandolo ai disoccupati che si impegneranno a lavorare per otto ore al giorno. 

Le parole chiave sono: inventare e produrre. 

Quella più importante non è ‘produrre’ ma  ‘inventare’. 

Come fare a inventare?

Diciamocelo chiaramente: la UE non inventa nulla da decenni, ammesso che l’abbia mai fatto in passato. Deve imparare, e alla svelta.

Molti anni fa gli umani decisero di voler costruire delle cattedrali. Costavano un’enormità e ci volevano tre generazioni per finire l’opera. Qualcuna in Spagna non è ancora terminata. La Fabbrica di San Pietro è un modo di dire in Italia per esprimere qualcosa che non termina mai.

Invece adesso sono lì, possiamo entrarci e pregare. 

Dobbiamo imparare a lanciare idee sacrosante, facili, immediate, le nostre cattedrali. E trasformare le idee in fatti: un’automobile pulita. Pubblica, non privata. In milioni di esemplari. 

Vogliamo farlo. Quanto costa? Non lo so. Ma dobbiamo farlo, costi quel che costi. E dobbiamo farlo in fretta. Due anni sono già troppi. E dobbiamo farlo in modo convincente, così la nostra gente potrà donare al progetto che cambierà la loro vita e soprattutto quella dei loro nipoti. Tasse? Macchè: donazioni! Nel lungo termine. 

J.M. Keynes diceva che nel lungo termine siamo tutti morti. Verissimo. Ma ci saranno i nostri nipoti e guarderanno a voi nel momento in cui schiacciate quel pulsante per votare. Vi vedranno oggi, dal futuro. 

Martina Resci conquistò un posticino di secondo piano sui giornali on line del giorno dopo. Parlavano più che altro di quanto fosse carina. Bella ma ridicola: che proposta la sua di inventare il veicolo del futuro! Un folto gruppo di deputati nazionali fece a pezzi lei, le sue idee e la candidatura a Presidente della Commissione. 

Il giorno della votazione Martina era a Bisceglie, il suo paese. Stava all’ombra di un olivo di duecentotrenta anni quando un suo compagno di partito le scrisse il risultato: appena 132 voti. 

Martina pensò che era un grandioso risultato: il 33% del Parlamento! Un successo nella sconfitta. 

Vinse Bargy Vucotich, il candidato Polacco. C’era da aspettarselo: era dell’Est, capiva i Russi. 

Tornò a Bruxelles la settimana dopo, preparandosi a fare quel che gli competeva, il membro del Parlamento. Stava già redigendo alcune osservazioni sui progetti in discussione, noiosissime elucubrazioni sulla pesca nel Mare del Nord. Poi ricevette una chiamata da un numero sconosciuto. Contrariamente alle sue abitudini, rispose. Era Vucotich e le parlava in inglese. Martina non gli credette: erano già capitati scherzi di cattivo gusto ad altri suoi colleghi. Si fece dare il numero di cellulare di Vucotich dalla Segreteria a Roma e lo chiamò. Lui la invitò nel pomeriggio dell’indomani, nel suo ufficio. Martina chiamò il suo Segretario di Partito, ma lui disse di non saperne niente. Le consigliò di essere prudente. 

La Storia racconta che Vucotich si era innamorato dell’idea e voleva che Martina la realizzasse. Come si sa, lei declinò: sarebbe durata poco con tutta l’economia della UE che gli dava addosso. ‘Tutto vero’ disse Vucotich ‘infatti non qui a Bruxelles, ma in Italia, in un luogo improbabile’. Gli spiegò la sua idea. 

Fu così che nacque il Progetto H2 nelle Murge, in una prigione di guerra dimenticata da anni. 

Un anno dopo le prime cento H2GT uscivano dalla linea di produzione e c’erano già cento disoccupati in attesa di portarle via. 

Niente concessionari, per carità. 

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