
C’era una volta un ingegnere aeronautico. Si chiamava Andrea Piccolomini ed era il fondatore della ‘Blue Line’. Portava i turisti danarosi nella stratosfera ad ammirare lo spazio. Usava un pallone aerostatico a idrogeno agganciato a una navicella pressurizzata. Poi apriva la valvola dell’idrogeno e il pallone aerostatico cominciava a scendere. Quando si svuotava del tutto i turisti potevano sperimentare l’assenza di peso quasi totale mentre la navicella scendeva (in effetti precipitava, ma lui non usava mai quella parola). Poi si apriva un gigantesco paracadute che riportava la navicella al punto di partenza.
La Blue Line prometteva una salita piena di stupore e l’adrenalina della discesa. Tutto il viaggio durava cinque ore. L’assenza di peso durava una decina di minuti, più di quello che offrivano i concorrenti con la nave spaziale.
Nella navicella pressurizzata e riscaldata c’erano tre comode cabine esclusive per due persone con ampio oblò in plexiglass rinforzato. Al centro invece i due piloti.
Agli ospiti venivano offerti snack di gran lusso, come caviale e champagne, rigorosamente tenuti al fresco nell’aria rarefatta della stratosfera. Nelle cabine invece faceva un gran caldo, di solito, perchè la gente amava spogliarsi.
Piccolomini era un idealista.
Aveva fondato la Blue Line per il suo amore degli spazi eterei ai bordi dell’atmosfera, in quello stretto passaggio tra aria e il vuoto dello Spazio. Una vista magica: la terra rotonda, la sottile striscia azzurra e bianca dell’orizzonte, il nero dello spazio sopra la testa. Poi si era reso conto che ne poteva fare un business e si era lanciato: l’esperienza che offriva era paragonabile se non superiore a quella di Space X, ma costava un terzo, appena 200.000 euro a persona.
C’erano prenotazioni per i successivi due anni. E lui, da inventore e start upper, si trasformò in pilota di aerostati.
Dopo sei mesi precipitò dal delirio di avercela fatta alla profonda depressione.
In effetti quello che faceva, oltre i normali controlli dopo anni di sperimentazione e produzione di palloni sempre più perfezionati, era distribuire champagne e tartine di caviale a coppie nude in evidente stato di eccitazione sessuale. Nel suo Piano Marketing quella cosa non c’era, fu un’enorme sorpresa: a quanto pare tutti (o almeno tutti i suoi clienti) hanno il segreto sogno erotico di rapporti sessuali in quota oppure in assenza di gravità.
Si era chiesto molte volte il perchè. Niente, non ci arrivava. Eppure era un uomo dai sani appetiti, felicemente sposato, aveva due figli e faceva spesso l’amore con sua moglie, rapporti sempre appaganti. Ma quella cosa del sesso a 23.000 metri non la capiva.
Ricordava con nostalgia i primi anni dalla fondazione della Blue Line, lo sforzo titanico per promozionare la sua idea, gli Elevator Pitch, i contatti con i possibili finanziatori, l’incremento del capitale e la cessione delle quote, l’enorme lavoro di progettazione e successiva messa in opera del progetto. Tutto per far scopare la gente nella stratosfera?
Tentò di trovare un secondo pilota. Possibile, ma aveva bisogno di tempo e istruzione.
Nel frattempo doveva volare lui.
Il primo vero problema con gli ospiti lo ebbe con quella che tutti alla Blue Line chiamarono ‘la comitiva’.
Qualcosa non andava fin dall’inizio.
Si presentarono in sei, tre normali coppie assortite di giovani danarosi e furono fatte le presentazioni. Fu evidente che già si conoscevano. Non era mai accaduto prima.
Partirono e l’ascesa del pallone fu del tutto normale. Il problema cominciò quando la navicella giunse all’altitudine di apogeo. Lui era seduto sulla poltrona del pilota e davanti a lui c’era Marcos Herrera, il secondo pilota ed esperto nella conduzione di paracadute.
Si alzò e distribuì i vassoi di caviale e champagne. Poi tornò a sedersi.
Di lì a poco, la signora della cabina 3 uscì per dirigersi alla cabina 1. Era una bionda vaporosa e molto alta, circa 68 chili. Per fortuna aveva indosso solo una camicia da camera maschile in seta. La navicella si sbilanciò. Piccolomini si alzò dalla sua poltrona e bussò alla porta della Cabina 1. Dopo qualche istante si sentì una voce all’interno. Aprì la porta e vide che c’erano tre persone nude. Disse che una persona doveva andare alla Cabina 3 per bilanciare di nuovo la navicella. I tre si guardarono. Il Dott. Harris, visibilmente eccitato, si mise addosso la giacca che aveva la bionda e si diresse alla Cabina 1.
Piccolomini tornò a sedersi al posto del pilota. Aveva gli occhi sgranati per lo stupore e fissava Marcos che invece sorrideva.
Poi cominciò il balletto. Chi era qua andava là, chi era lì andava qua, o qui, e chi era qui non sapeva dove andare. Appena entrava da qualche parte ne usciva qualcun altro. La cosa continuò per mezz’ora e alla fine lui annunciò con sollievo l’inizio della discesa. Nel giro di quindici minuti la gravità passò da 1 g a 0,05g e sembrava che si fossero messi d’accordo: la comitiva si ammucchiò in una cabina dopo aver chiesto un bis di caviale e champagne. Si aprì la porta e il Dott. Harris, che galleggiava a mezz’aria in una strana posizione, mezzo nascosto da una tenda di capelli biondi, gli chiese di avvisarli quando la gravità sarebbe tornata. Piccolomini assentì.
Cinque minuti dopo urlò forte: 3 minuti alla gravità! Ci fu un fuggi fuggi verso le poltrone con le cinture di sicurezza. Per fortuna erano sei, e non importava chi sedeva qui o là.
Erano tutti nudi, o quasi.
Marcos li portò a terra con una perfetta manovra del paracadute direzionale e i sei uscirono dalla navicella ringraziando i piloti, in particolare Piccolomini, dicendo che avrebbero fatto una pubblicità sfegatata all’iniziativa.
Piccolomini ebbe un fremito. ‘Avete fatto foto?’ chiese.
‘Certamente!’ rispose Harris ‘E che foto! Le vedrà in anteprima. Complimenti ancora, un’esperienza indimenticabile’.

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