C’era una volta un gran viaggiatore. Amava viaggiare per il mondo. Si chiamava Osborne e aveva un’azienda di logistica a Murcia in Spagna. Ogni mattina verificava che tutto fosse ben organizzato, con i cinque camion caricati a dovere. Verificava i documenti e parlava con gli autisti. Poi entrava nel suo ufficio e cominciava a programmare il suo prossimo viaggio. 

Negli anni aveva imparato l’inglese, il francese e il russo. Sapeva anche qualche parola di cinese e giapponese, giusto per farsi capire anche in Asia.
Siccome non era sposato, tutti pensavano che facesse quei viaggi con la speranza di incontrare il grande amore della sua vita. Non era mai successo e nel frattempo aveva fatto l’equivalente di tre giri del mondo. 

Il 16 luglio del 2031 faceva un gran caldo. 
Aveva già pianificato il suo prossimo viaggio: voleva tornare in Brasile per visitare Aracaju e tutta la regione del Sergipe.

Quel giorno si svegliò  e ripensò alle tappe del viaggio. Doveva prendere tre voli, 5 fusi orari, ore e ore di volo e attesa. Lo stesso al ritorno, con un volo in più. Sarebbe arrivato che era inverno e sarebbe tornato nella calda estate del sud della Spagna. E con quello che costava! Si poteva permettere solo di andare ad Aracaju quell’anno. 

Gli venne la nausea.

Così decise di non partire. ‘Mica me l’ha prescritto il medico!’ si disse.

Andò in azienda e, dopo il solito giro, si mise al computer e cancellò tutte le prenotazioni. 

Quella sera vide un documentario in tv. Raccontava del primo volo in aerostato dei fratelli Montgolfier. 

In pallone? Perchè no? Si chiese. 

C’erano numerosi vantaggi e qualche necessario adattamento.

Cominciò con spedire nell’atmosfera ogni specie di pallone, ad aria calda, a idrogeno, con macchine fotografiche, con radar, con carico pesante e leggero, con sistemi di controllo dell’altitudine e facendo una serie di osservazioni su altezza e temperatura. Registrò il record di durata del volo da una settimana a un anno. 

Finì su tutti i giornali come fenomeno da baraccone.

Fino a quel famoso (per lui) 11 giugno del 2039 in cui prese quota a bordo del suo pallone ‘Abrimiento’. Raggiunta l’altitudine di 2200 metri s.l.d.m. e la confortevole temperatura esterna di 18 gradi, si chiuse nella sua navicella e disse addio al mondo. 

Galleggiava nell’atmosfera. Si spostava con le correnti a getto e i venti che il buon Dio gli mandava. Osservava tutto da dietro il grande oblò in plexiglass alleggerito e rinforzato mentre il suo smartphone gli diceva dove esattamente fosse: più 2000 metri in verticale. Viaggiava per il mondo, faceva la cosa che gli piaceva di più in tutta la sua vita. Quando si annoiava di guardare di sotto, guardava in alto, verso il cielo che così azzurro e puro non si poteva vedere dalla Terra e nemmeno dalla Stazione Spaziale. Oppure leggeva un libro sul suo tablet. 

Ne scrisse anche uno suo. Si intitolava ‘Abrimiento. El maravilloso viaje para descubrir el mundo.’ Era la cronaca aggiornata del suo primo anno in pallone, il diario di bordo.  

Fu un discreto successo editoriale, vendette 10.000 copie e vide anche le versioni in inglese e giapponese, finanziate dal suo sponsor, la Temui di Osaka, la ditta che produceva i palloni sonda e che non si stancava di pubblicare resoconti e post su Instagram. 

La cosa che lo affascinava di più era il silenzio. Non aveva mai montato un registratore digitale nei suoi voli sperimentali. Pensava di dover sentire il fischio del vento. Certo, accadeva, talvolta, quando Abrimiento accelerava. Ma poi il silenzio tornava, anche quando viaggiava alla folle velocità di trecento cinquanta chilometri all’ora. Calcolati sul terreno. Ma lassù, a 2000 metri di quota, il silenzio era assoluto e la sensazione era quella dell’immobilità.  

Viaggiava, nel silenzio dello spazio. Più o meno di quel che accade alla Terra: viaggia a centinaia di chilometri al secondo intorno al Buco Nero della Galassia ma nessuno se ne accorge. 

Nessuno. 

Nemmeno sulla Luna.

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