
« Buongiorno a tutti» disse il Direttore appena entrato nella Riunione di Redazione. Vide che erano presenti tutti: otto giornalisti, il direttore della grafica, quello dell’impaginazione e il regista del Tg.
«Bene, vi dico subito che ho parlato con l’Editore che mi ha dato budget e carta bianca per sei mesi. Proviamo a sfondare. Lo share salirà al 60%. Altrimenti me ne vado. Quindi se qualcuno tra vuoi vuole sabotare il progetto e prendere il mio posto, cominci a lavorare oggi per scavarmi la fossa. Se me ne accorgo, è licenziato. Detto in altri termini, mi gioco il tutto per tutto. Fin qui mi seguite?»
Quasi tutti i giornalisti guardavano i loro taccuini e le penne giravano intorno alle dita. Sembrava quasi di sentire il rumore frusciante dello stress. Solo uno, Gaspare Attonito, guardava il Direttore dritto negli occhi. Si chiedeva se dicesse sul serio, o se era una delle solite azioni di spinta che poi si esaurivano nel tempo. Ne aveva già vissute cinque, da quando era nella Redazione del ‘Popolare’, e con lo stesso Direttore.
«Semplicemente, mi sono stufato» riprese «Vi ricordate della guerra Israele-Hamas del 2025? Quante volte ci siamo detti che i ‘servizi’ per il Tg erano solo una conta dei morti, contati da altri. C’erano i video della gente che agitava le scodelle per la zuppa, quelli del sangue negli ospedali, le case crollate, l’acciaio dei tondini scoperti del cemento armato strappato dalle bombe. E quante volte ci siamo detti ‘Ma perchè non funziona? Perchè la gente non s’indigna, non vomita, non urla?’ Niente. Come anestetizzati. Ve lo ricordate? Bene. E adesso è la stessa cosa con la guerra per Formosa e le Filippine. Uguale. Stessi servizi, stesse ciotole per il cibo, stesso sangue, solo posti diversi. Tutti anestetizzati, nessuno che urla guardando il Tg. Ci siamo detti: è colpa loro, degli spettatori: sono come cerebrolesi. E’ colpa dei social network, dei videogiochi, ci siamo detti. E ce lo diciamo anche oggi. Solo che adesso ho capito: siamo noi a sbagliare, non loro. Non raccontiamo più ‘le storie’. Diamo conto dei ‘fatti’: tanti morti, tante bombe, chi va di qua e chi di là, cosa dice il ‘potente della terra’ di turno, cosa vorrebbe dire e non lo fa, sempre la stessa cosa. Tanti fatti, niente storie. Dura da dieci anni, per la miseria. E’ ora di cambiare. Tutti d’accordo?»
Intervenne lui, Gaspare: « Se non ci dici come, non possiamo dirti se siamo d’accordo o no»
Il Direttore lo guardò fisso per trenta secondi. Poi disse « Certo. Sono qui proprio per spiegarvelo. Poi deciderete. Se ci state, è un’occasione, bene, se non ci state, quella è la porta» e accese il proiettore.
Tre settimane dopo la pagina web del ‘Popolare’ presentava il primo risultato: un video girato col cellulare mentre la giornalista correva a ripararsi in uno stabile mezzo diroccato al limitare della giungla del Borneo. A meno di un metro davanti a lei un’altra donna, con un bambino sulla schiena, correva piegata in due tra i calcinacci. In sottofondo il profondo brontolio del bombardamento e più vicino, molto più vicino, il ritmico sventagliare delle mitragliatrici pesanti. Le due donne parlavano in lingua originale, al riparo di un muro, mentre il bambino piangeva e le armi crepitavano. La giornalista non si vedeva, era lei che teneva il cellulare per riprendere la donna, sporca di sangue suo e altrui, lacera e con gli occhi terrorizzati.
Per fortuna c’erano i sottotitoli.
Poi una bomba esplose più vicino. Si alzò una nuvola di polvere. Il cellulare tremò, si chinò verso terra, poi nel campo visivo ricomparve la donna col bambino. Aveva gli occhi chiusi e si era messa le mani sulle orecchie. Aprì gli occhi, vide la giornalista col telefono in mano e sorrise debolmente: erano ancora vive.
Il giorno dopo le ambasciate delle tre nazioni in guerra diffidarono il Direttore e la Testata a pubblicare altri contenuti simili.
Il Direttore sorrise.
Non gli capitava da venticinque anni.

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