So benissimo quel che si dice. Che Peter abbia cambiato la sua strategia politica dopo aver parlato con il Capitano Horsh. Ma non ci ho mai creduto. Secondo me Peter parlava dello splendido isolamento degli Stati Centrali solo per prendere i voti di quelli che non sapevano nulla nè di astronomia nè di geografia, convinti che il continente americano fosse il centro dell’Universo.
Erano tanti. Tantissimi.
Lui lo sapeva che il mondo era grande, che Cristoforo Colombo non aveva idea di dove fosse. Lo sapeva da quando, per la prima volta a bordo di un jet privato, era andato da George Town a Seattle, un viaggio lunghissimo, da un lato all’altro del pianeta, dal Tropico alle medie latitudini. Una sfacchinata. Aveva già visto gli strati bassi della stratosfera. Aveva visto la costa orientale, poi si era addormentato. Quando aveva riaperto gli occhi ecco lì la costa occidentale, Baja California così piccola da sembrare uno stuzzicadenti. 

Allora capì: Dio aveva confuso le lingue del mondo. Forse per farla più difficile. Così, per divertimento. Sono sicuro che a quel pensiero sorrise. A lui piacevano un sacco le barzellette su Dio e Gesù. 

Poi ci volle del tempo. Qualche mese. Ma stava elaborando. Lo so perchè ad un certo punto mi disse: ‘Hey Alonso, che ne dici di diventare il mio nuovo Segretario di Stato?’

Pensai che fosse impazzito. Gli dissi di non prendermi per il culo. Invece diceva sul serio.

Fui io a fargli incontrare Horsh. Tornava dalla Base Lunare dopo sei mesi di permanenza lì. Gli si erano assottigliate le ossa. Dicono che succede, si tratta di casi rari. In sei mesi si era ripreso e organizzai l’incontro nel mio ufficio. Si sedettero sul divanetto mentre scaricavo le mail e rispondevo qui e là. 

Fu Peter a prendere l’argomento. Sentii che Horsh diceva di quando vedeva il sorgere della Terra dall’orizzonte Lunare. Era una cosa strana, diceva, perchè senza atmosfera sembra di essere a teatro, con questo disco dai colori meravigliosi, indaco, verde, giallo, turchese, che spunta all’improvviso dall’orizzonte e c’è sempre una parte dov’è notte, con le luci delle città. Un disco grande, grandissimo. Hai quasi la sensazione che ti caschi addosso se guardi la Terra per più di un minuto. 

Era un poeta Horsh? Macchè, tutto il contrario. Però quella volta, chissà perchè, gli raccontò tutte quelle cose.

Poi andò via. 

Il giorno dopo, alle 9,34 del mattino, Peter mi disse che voleva incontrare Wu. Gli chiesi perchè. E lui rispose che il mondo è troppo piccolo per due popoli così grandi. 

Dannato Peter, chissà da dove aveva preso quella frase ad effetto. Secondo me si era svegliato col pensiero di fare quell’uscita teatrale anche a un pubblico di una sola persona. Si, lo so, adesso penserete che ce l’ho davvero con lui, ma non è così, credetemi, sono stato il suo braccio destro, e certe volte pure il sinistro, per tanti anni. Lo conosco bene, Peter, so di che pasta è fatto. 

C’era questa riunione del G14 programmata per il mese successivo a Cordoba, in Argentina. C’era una scaletta di argomenti da fare paura, una roba che nemmeno negli anni ’60 all’ONU. Sapevamo che Wu ci sarebbe stato. Chiamai il console che arrivò subito. Gli chiesi se era possibile un incontro tra Peter e Wu, un paio d’ore. Lui si drizzò come un fiammifero e chiese gli argomenti in discussione. Gli risposi che non ne avevo idea, l’idea era di Peter. Che ne sapevo? Forse voleva offrirgli un te con i biscottini. Io avevo già il mio gran da fare, i miei problemi, che ne sapevo di che cosa Peter volesse da Wu. 

La cosa divertente è che non esiste una foto di quel che accadde veramente. Peter scombussolò tutto quanto. Ero accanto a lui quando entrammo nell’appartamento privato di Wu all’Hotel Continental. 

Lo so, non ci crederete mai.

S’inchinò, come avrebbe fatto un qualunque cinese. 

Poi si drizzò e disse che aveva letto che quell’inchino era il saluto al dio che c’era in lui. Il problema era che adesso Wu doveva fare lo stesso. E non lo faceva da anni e mai si sarebbe aspettato che un americano lo mettesse in quella situazione. Era confuso. Ammutolito. Guardava Peter negli occhi, immobile. 

Poi si sentì quasi un ‘clack’. Lo so che non mi crederete mai, ma fu proprio in quel momento, in quel preciso momento, che la Storia, quella con la S maiuscola, cambiò. Wu si inchinò davanti a Peter.

Poi Peter chiese se era possibile avere del tè.

Glielo portarono, e c’erano anche dei deliziosi biscottini cinesi, leggeri come l’aria, che si accompagnavano in modo impeccabile al te verde, quello cinese. Che grandioso incontro!

Fu proprio sorseggiando il tè che Peter e Wu si misero d’accordo per finanziare quella specie di scambio culturale giovanile tra i due paesi. 

Adesso sono passati dieci anni, ma sapete quanti matrimoni ci sono stati? Duecentotredici! Ci credereste mai?

Il prossimo 21 aprile ci saranno quattrocentoventitue bambini che scorazzano sul prato davanti casa di Peter, a Cuba. Lo so, facciamo impazzire le guardie del corpo, ma è un gran divertimento. Verrà anche Wu. Lo sapete no? Si fanno chiamare ‘GrandPà’. 

Roba da non credere. 

Lascia un commento