
C’era una volta un nobiluomo che viveva nella scarna navicella di un grande pallone a idrogeno. Fluttuava senza spinta nel bel mezzo dell’atmosfera, lontano chilometri dalla confusione dell’Umanità sottostante, schiava della terra e della gravità. Non aveva molto. Qualche abito, una piccola cucina da campo e un tablet in cui conservava la sua biblioteca. Lo chiamavano Osborne. Non era il suo vero nome, ma non aveva bisogno di passaporto a seimila metri d’altezza. Era ben contento che nessuno si occupasse di lui, tranne i controllori di volo, a terra, che vedevano spuntare l’urlo radar del suo piccolo riflettore nautico ogni volta che passava nelle vicinanze di un aeroporto.
Poi, un bel giorno, diventò famoso.
Accadde circa tre mesi dopo l’incidente della SSM, la Space Ship to Mars che tutti chiamavano pomposamente ‘astronave’. I ricconi del pianeta cercavano alternative quando Armando Musumeci, giornalista, scrisse un pezzo su di lui.
Armando ebbe fortuna perchè Osborne scendeva sulla superficie ogni tre anni per riparare o sostituire il pallone e fare quei pochi rifornimenti essenziali: riso e vestiti.
Lo intervistò.
Certo, era una vita magra, la sua. Al pari dei campeggiatori nel selvaggio west. Ma era un’alternativa, e le agenzie di mezzo mondo ci videro un affare. Osborne, da quel giorno, non fu più solo.
Prima decine, poi centinaia di palloni colorati cominciarono a solcare i cieli, fluttuando, accompagnati dalla loro coda di pannelli solari a nastro. L’etere si riempì di chiacchiere via web. Subito cominciò la corsa al pallone più grande, al cestino più lussuoso e dotato di tutti i confort. I costruttori di camper e yacht si dedicarono al nuovo business.
A Osborne sembravano dei parvenu.
Quando la Guerra e i Pirati si diffusero anche tra i palloni a idrogeno, lui scese a mare. Fu preso a bordo di uno scalcinato rimorchiatore a largo delle Tuamotu. Cedette un serbatoio di idrogeno e lo sbarcarono nella vicina Fatu Hiva. A lui dovette sembrare un paradiso in terra dopo ventitre anni a bordo del pallone.
Gettò il tablet nelle profondità del mare circostante e si sedette sulla spiaggia all’ombra delle palme.
Sorrideva. Pensò che forse sarebbe riuscito a morire prima che la guerra arrivasse anche lì.

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