
Quando cominciai a scrivere storie capii subito che queste stavano in ordine temporale. Sapevo però che nelle equazioni fondamentali il Tempo non c’è. Nelle Storie invece non ne puoi fare a meno, altrimenti diventano un incomprensibile caos, smettono di essere “storie” e finiscono nel guazzabuglio della mente inquieta.
Quindi mi immersi nel libro.
Ad un certo punto capii, come scrive lo stesso autore, che le nostre parole non bastavano più. Che lui stesso faceva salti, tra la matematica e la poesia. Lo sapeva? Si, certo che lo sapeva. Ma non poteva fare altrimenti.
Scrive:
“Noi (umani) siamo sintonizzati su un sottoinsieme molto particolare di aspetti dell’universo, ed è questo ad essere orientato nel tempo.”
Parole che suonavano come un canto antico di 2000 anni, composto da Platone.
“Sintonizzati”? Che uso strano di questa parola! Significa che possiamo percepire solo questa sorta di lunghezza d’onda, come se fossimo immersi in una piscina di un’acqua singolare, proprio quella e non un’altra? L’ho interpretata così.
Cosa ne ho tratto?
Che il Tempo, in assoluto, non esiste e noi Umani non possiamo nemmeno immaginare cosa significhi, non potremo mai riuscire a immaginarcelo se non in stati mentali corrispondenti all’estasi, un salto che passa per il la poesia del “cuore”. Forse ciò che gli assomiglia di più è l’estasi religiosa, permeata di Fede. Il divino, quindi.
Rovelli, che cerca di spiegare cosa accade usando le parole (e lo fa bene! benissimo!) non può far altro che trasformarsi in poeta, l’unica dimensione atta a rendere alla mente umana ciò che è oltre qualunque immaginazione.
Conseguenze:
Nell’immediato, per me che scrivo e per te che leggi, ora, tutto questo scrivere e leggere che inizia con la parola “dopo” non è altro che il tentativo di fare ordine (temporale che diventa logico) su un tema astratto ma molto concreto, che è l’eterna domanda: e quindi?
La seconda conseguenza, come mi parve allora, è che la Scienza, cui era stato delegato il compito di svelare l’Universo dopo la fine della fede religiosa, era riuscita nel suo intento ma nessuno riusciva a immaginarsi davvero cosa significasse se non con la poesia, col cuore, con l’estasi. Allora il punto finale tornava indietro al punto iniziale: dopo c’era Dio. La Scienza può oggi e domani diventare tecnica, ma un essere umano normale e limitato, non scienziato nè matematico, non potrà usare la matematica se non come poesia. Oltre c’è solo il “cuore”. Ecco il salto: da matematica a “cuore”, impalpabile, indefinito, misterioso, invisibile.
Cos’era tutto cio?
Non lo sapevo.
La Ricerca continuava.

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