Questo libro è stato, anche lui, una pietra miliare della mia ricerca. Dopo averlo letto, tutto è cambiato.
Credo di averlo scovato in libreria moltissimi anni fa. Pubblicato da Boringhieri nel 2014, l’avrò forse letto nel 2015 o 2016, attirato dal titolo.
Sono passati sette lunghi anni senza che abbia pensato, ogni giorno, a questo libro e alle conseguenze di ciò che c’è scritto.
J.G. è un professore e giornalista, e si vede dal taglio della sua prosa che il giornalista e lo scrittore la fanno da padrone.
In quel periodo avev già scritto i miei romanzi maggiori e spesso dicevo, convintamente, che non sapevo perchè lo avessi fatto. Erano “usciti” dalla tastiera come una forza della natura. Dopo aver letto quel libro capii il perchè. Ma non fu solo un vantaggio, fu anche una straordinaria tragedia che durò molti e lunghi anni.
Dopo aver letto il libro, mi risultò chiaro che gli esseri umani hanno una mnte narrativa, ossia la loro struttura mentale è specificamente adattata a cogliere le informazioni e le capacità, esterne o interne, nella forma di narrazione. Ciò implica, da un lato, la necessità di prendere coscienza dei processi che avvengono nella propria mente (con ampia critica di quel che si “sente”), dall’altro una straordinaria e pesante responsabilità (sociale, individuale e persino cosmica) da parte di chi narra.
In fin dei conti, questa materia è nota da 2300 anni, da quando cioè Platone scrisse “la Repubblica”. Gli autori e i politici che hanno condizionato la vita sociale in migliaia di anni hanno saputo maneggiare con abilità lo strumento narrativo anche quando del tutto inconsapevoli di come funziona la cosa.
Forse una delle scoperte scientifiche più importanti del XX secolo non è la Meccanica Quantistica nè la Relatività Generale ma la scoperta dei Neuroni a Specchio che abbiamo tutti dentro il cervello: sono quelle porte attraverso le quali passano i condizionamenti psichici narrativi.
Mi accorsi nel tempo che quando uno diceva “storie” le persone intendevano “bugie”, “fake news”, “menzogne”, credendo fermamente che ognuno di noi sia in grado di svelare qualunque fandonia, laddove io intendevo invece “ogni tre parole”, perchè quel che manca siamo noi esseri umani a ricostruirlo, sempre e comunque in base all’emozione del momento, facendoci credere nella massima buonafede a qualunque baggianata. Che tutti si reputano immuni dalle “storie”, soprattutto quando ci sono immersi fino alla cima dei capelli. E che quelli che invece le usano di più (scrittori, attori, registi e politici) stanno ben attenti a usare questo strumento a loro piacere senza mai svelarne la presenza e la struttura (anche perchè nemmeno loro ne sono, a volte, del tutto consapevoli).
Nella mia ricerca, basata su immagini e parole stampate o virtuali, ogni singolo passo è intriso dei pericoli sconfinati e delle meravigliose opportunità della narrazione (compreso questo stesso testo, ovviamente), a maggior ragione quando si parla e si scrive, a vanvera, di cose come l’Intelligenza Artificiale che non è affatto nè intelligente nè artificiale ma produce solo storie affastellando altre storie prodotte dagli uomini.
Di più.
Ci sono “cose”, nel Mondo cui partecipano gli esseri umani, ad essere fuori dalla narrazione? No, proprio perchè guardiamo al Mondo partecipato dagli esseri umani, che hanno una mente narrativa. Certo, un fiore o un albero non hanno una mente narrativa, ma già con gli animali occorre esser cauti: non sappiamo. Alcuni versi degli uccelli e le espressioni delle scimmie potrebbero essere piccole storie.
Uno degli esempi più fulgidi della potenza della narrazione è la lotta tra Einstein e Bohr nel 1927 durante il Congresso Solvay. Einstein proponeva i suoi “esperimenti mentali” che Bohr, la sera, risolveva come se fosse un novello Holmes. Quei due stavano facendo letteratura, anche se suffragata da corposi calcoli matematici. Infatti, qual’è la difficoltà della Meccanica Quantistica? Che nessuno, nemmeno i più insigni scienziati si dice capace di “immaginarsela”, anche se funziona benissimo. Persino la famosa frase di Einstein, con cui rifiutava in blocco tutte quelle faccende, “Dio non gioca a dadi”, è anch’essa una storia, eroica, che lo costrinse a cercare per anni la soluzione senza trovarla. Una semplice critica narrativa avrebbe svelato il gioco (narrativo) con l’ovvia domanda “E tu chi sei per sapere cosa fa o non fa Dio?”. D’altra parte, secoli prima, un poeta aveva scritto “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”.
E’ singolare, assurdo e divertente, constatare che mentre gli scienziati non riescono ad immaginare la Meccanica Quantistica, loro stessi sono vittime delle storie che immaginano, cercando di spiegarsela.
Pensa a quanto debba essermi sentito ridicolo nello scoprire che tutta l’economia che avevo studiato per anni all’università era solo una storia, una grande storia, e i miei illustri professori dei perfetti babbei che si erano bevute storie ridicole e banali come la Curva della Domanda e dell’Offerta.
Negli anni successivi mi si pararono davanti tutte le conseguenze della storia narrata da questo libro. La Verità non esiste, o perlomeno gli uomini non possono afferrarla (una storia alla volta, per carità!). I Mass media sono molto più pericolosi, a partire da Guteberg a finire con Facebook, di quel che si può anche solo supporre. Che una mente reputa “vero” ciò che vede, ma è solo un’illusione. Che chi pensa, scrive e pubblica, deve stare molto attento a quel che fa. Certe volte meglio il silenzio.
E che, in ultimo, la stragrande maggioranza delle menti (il 97%, più o meno) non crederà mai a questa “storia” preferendo la propria.
Non c’è ambito umano in cui l’istinto di narrare e i neuroni a specchio non facciano strage nelle menti. A più di sette anni ho scovato un insigne autore, grande narratore, che in un libro di fantascienza immaginava un diavolo che per tentare una novella Eva non faceva altro che confonderle la mente raccontandole un sacco di storie.
Ma tutto ciò accadde molto tempo dopo quella lettura. Nei tempi immediatamente successivi furono tre le cose che mi balzarono agli occhi:
a) che questa “scoperta” era arcinota, da duemila anni almeno, solo che alcuni la utilizzavano, altri ne riflettevano, il 97% della popolazione non ne voleva sentir parlare e chi lo faceva era considerato pazzo, o folle, in ogni caso da evitare come la peste;
b) che in sostanza la passione per le storie era figlia della concezione del tempo. La scienza ci dice che non esiste, non c’è. Noi Umani invece non riusciamo a concepire una realtà senza una freccia temporale.
c) che questa visione delle storie si potesse “usare”, provando a sconfiggere le storie usando loro stesse, le storie. Ci provai, a lungo, ma in fondo non si può usare una pinza senza convinzione. Oppure, mio malgrado, di non essere abbastanza artista per farlo.
La Ricerca continuò.

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